Sommario
Esistono gesti che l’umanità compie identici a ogni latitudine, senza che nessuno ce li abbia mai insegnati. Come da piccoli, quando parlavamo davanti al ventilatore acceso per trasformare la nostra voce in quella di un robot. O come quando, prima dei cellulari, passavamo tutta la colazione a leggere ossessivamente gli ingredienti sulla scatola dei cereali, anche se li sapevamo a memoria. Poi lo vedi fare in un film e dici: “Ma quello sono io!”. Non si sa da dove escano questi tic universali, ma appartengono a un club esclusivo di misteri della razza umana. Ecco, la Granny Square — la nostra cara mattonella — fa parte proprio di questo club.
Ma questa “Granny” chi è davvero? Che lingua parla? Chi ha avuto per primo l’idea di unire questi pezzettini di lana colorata? Per capirlo, mi sono trasformata in un’investigatrice. Ho iniziato a scavare negli archivi digitali, facendo un viaggio a ritroso nel tempo che mi ha portata fino al cuore degli Stati Uniti del XIX secolo.
Il “Paziente Zero”: Chicago, 1885
La “pistola fumante” è saltata fuori da una ricerca meticolosa negli archivi digitali dello stato dell’Illinois: Illinois Digital Newspaper Collections (Documento in lingua inglese). A pagina 10 dell’edizione del 4 aprile 1885 del Prairie Farmer, è pubblicato quello che possiamo definire il certificato di nascita della mattonella.
Mrs. Phelps scriveva:
“Ho provato un nuovo modello all’uncinetto per una coperta (Afghan), basato sul principio del ‘crazy work’ oggi così popolare. È realizzata a strisce della lunghezza desiderata… I piccoli blocchi possono essere cuciti o uniti insieme in modo da formare un quadrato perfetto… L’idea è che i blocchi appaiono come un’unica striscia dritta. Usate lana Germantown, con colori brillanti e vari a vostro gusto, ma il bordo esterno di ognuno deve essere nero.”
Consigliava colori brillanti, ma con un dettaglio fondamentale: il bordo esterno di ogni quadratino doveva essere nero. E qui lasciatemi dire: beata lei! Evidentemente Mrs. Phelps aveva una vista d’aquila, perché decidere di rifinire tutto col nero — probabilmente alla luce delle candele o di una lampada a petrolio — è roba da supereroi. Noi oggi, con le luci a LED, già dopo tre giri di nero iniziamo a dubitare della nostra esistenza terrena e invochiamo un oculista!
Senza saperlo, Mrs. Phelps aveva creato un mito. Non poteva immaginare che le sue coperte sarebbero finite sulle passerelle di Dolce & Gabbana, Valentino o Dior. E, onestamente, non avrebbe mai immaginato che un suo conterraneo, Chad Ingram, avrebbe stabilito un record mondiale con una mattonella di oltre 150 metri quadrati… e soprattutto, non avrebbe mai immaginato che noi fossimo qui a leggere e scrivere di lei nel 2026!

Come nascevano le riviste di allora?
Una delle scoperte più interessanti di questa ricerca non riguarda solo i punti, ma come venivano “costruiti” gli articoli. Come faceva Mrs. Phelps a far pubblicare il suo schema?
All’epoca non c’erano macchine fotografiche digitali. Il processo era spesso questo:
1. L’invio: L’autrice mandava una lettera alla redazione descrivendo il lavoro o, nei casi migliori, spediva un piccolo campione fisico di lana.
2. Il “Traduttore”: Un redattore doveva trascrivere le spiegazioni. Non esistevano abbreviazioni (niente cat. o m.a.); ogni gesto veniva descritto per esteso, come una chiacchierata tra amiche.
3. L’Incisore: Qui nasceva il problema. Un illustratore (che spesso non sapeva nulla di uncinetto) doveva disegnare la figura basandosi sulla descrizione o guardando il campione.
Questo spiega perché spesso testo e disegno “litigano”: l’incisore cercava di rendere il senso estetico, mentre il testo cercava di spiegare la tecnica. È un paradosso affascinante che lascia a noi, oggi, il compito di interpretare i vuoti.
L’esperimento: Un Indiana Jones dell’Uncinetto
Per capire davvero Mrs. Phelps, ho posato i libri e preso l’uncinetto. Leggere un pattern di quasi un secolo e mezzo fa, come quello originale del 1885 trovato nella biblioteca digitale dell’Illinois (Prairie Farmer Magazine), è come tradurre una lingua dimenticata.
Così, ho scelto di ricreare il suo modello. Analizzando il documento originale, ho “sentito” il bisogno di adattarlo, poiché presentava passaggi che rendevano questo modello unico. Secondo me, l’illustrazione riportava fedelmente ciò che l’incisore aveva osservato; è stato proprio confrontando il disegno con il testo che ho intuito che quegli archetti di catenelle nel finale — che Mrs. Phelps aveva omesso nella trascrizione — erano stati invece tracciati chiaramente dall’illustratore.
Riportare alla vita questa mattonella mi ha fatto sentire come si sarà sentito Indiana Jones quando scoprì che il Santo Graal, in realtà, era quello fatto in legno: semplice, autentico, lontano dallo sfarzo ma carico di significato.

Grazie, Mrs. Phelps, per aver condiviso il primo tutorial della Granny Square: i “social media” dell’epoca (le riviste illustrate) hanno permesso alle tue creazioni di viaggiare nel tempo fino ai nostri giorni. Questo esperimento mi ha insegnato che la mattonella non è un dogma, ma una conversazione che continua ancora oggi.
Bibliografia e Fonti di Ricerca
- Prairie Farmer Magazine, 4 Aprile 1885 (Pag. 10): Il primo schema documentato (Archivio Digitale Illinois).
- The Art of Crocheting, 1891 (Pag. 94): Evoluzione del modello “Block for a Slumber Robe” (Archive.org).
- The Yarn Queen: World’s First Granny Square Pattern: Un’analisi fondamentale sulla datazione e i trend storici.
- PieceWork Magazine: Why is it called a Granny Square?: Approfondimento sull’etimologia e il folklore legato a questo punto.
